Rocca di Buticari Events

Monumento al minatore nisano

minatore nisano

Il monumento al minatore nisano è stato eretto da Ulderigo Diana e Alfio Busà, nell’ambito del progetto dal titolo “Rocca di Buticari Events” finanziato da ASSESSORATO BENI CULTURALI E DELL’IDENTITA’ SICILIANA – DIPARTIMENTO DEI BENI CULTURALI E DELL’IDENTITA’ SICILIANA P.O FESR Sicilia “ Valorizzazione delle identità culturali e delle risorse paesaggistico-ambientali  per l’attrattività e lo sviluppo”.

LINEA DI INTERVENTO 3.1.3.3 “ Sviluppo di servizi culturali al territorio e alla produzione artistica  e artigianale che opera nel campo dell’Arte e dell’Architettura Contemporanea”.

L’opera è stata inaugurata giorno 29 dicembre 2014, alle ore 10,00.

Cenni storici sul sito in cui è collocata la scultura al minatore nisano

La scultura nasce dal recupero di materiali di risulta dell’ex Stabilimento minerario dell’Azienda Mineraria Siciliana, che lavorò negli anni Cinquanta del Millenovecento all’estrazione di blenda (piombo) e di galena (zinco) dal tout venant proveniente soprattutto dalla contrada Vacco di Fiumedinidi e dalla contrada Tripi di Alì Terme. Dalle ceneri dello stabilimento nacquero, oltre a un’ esposizione di suoi macchinari che oggi rappresenta un raro esempio di archeologia industriale del  territorio nisano, l’auditorium comunale e il centro sociale, che nei primi anni del 2000 entrarono a far parte della Cittadella dalla Speranza, sorta per scopi socio assistenziali grazie al contributo di tre Enti: Il Comune di Nizza di Sicilia, la Caritas diocesana, l’Associazione di Volontariato Vivere insieme, sostenuta da un cospicuo contributo economico del dott. Giuseppe Maggiore che portò alla costruzione del Centro occupazionale.

Presentazione dell’opera

La scultura dedicata al minatore nisano è ricavata dall’utilizzazione di materiali di ferro di risulta dello stabilimento minerario, non utilizzati per la realizzazione dell’esposizione museale, come motori elettrici, cassa per il trasporto del minerale e ingranaggi per il trasporto su teleferica, travi in ferro, ecc., che sono stati assemblati evitando modifiche strutturali e formali per aver scoperto in essi una seconda funzione, già intuibile ma completamente diversa da quella originaria. L’opera, che si inserisce tra quelle realizzate da artisti come Ettore Colla[1] a far data dagli anni Cinquanta, è un esempio di pop-art, di arte del riciclo messa a servizio di un robotismo che oggi invade tutte le attività del nostro vivere (pubblicità, film di fantascienza, medicina, ecc.) e che ha l’ardire di sostituire il suo stesso creatore: l’uomo.

La scultura non è solo il risultato fisico di saldature di parti metalliche abbandonate reperite nel terreno dell’ex stabilimento dell’A.M.S. ma è il frutto di un sentimento che ha spinto i suoi artefici a cimentarsi nella sua realizzazione per  trasmettere alle giovani generazioni una storia mineraria ormai soppiantata da altre attività, attraverso la rappresentazione del suo attore principale, appunto il minatore nisano, portabandiera del riscatto industriale del popolo siciliano all’indomani della proclamazione dell’autonomia dell’isola. Pregna di significato è la catena che vuole inchiodare in modo definitivo la scultura-robot al terreno che vide il minatore protagonista e che ora a distanza di decenni non vuole più essere elemento che sconvolge ma elemento che impone la sua presenza storica a dispetto di ogni futuro attacco della invadente campagna.

Perché a Nizza di Sicilia?

Per rispondere a questa domanda è necessario partire dalla storia del luogo in cui la scultura è stata realizzata e collocata. Siamo nella Cittadella della Speranza, oggi comprendente all’interno del suo perimetro un Centro Diurno per persone autistiche, un Centro Occupazionale per diversabili ricavato nella Casa Maggiore, una costruzione a due piani realizzata grazie ad una donazione in denaro del Dott. Giuseppe Maggiore, e il teatro civico. La Cittadella della Speranza è nata dalle spoglie dell’Azienda Mineraria Siciliana, una società per azioni che lavorò blenda e galena negli anni Cinquanta del Novecento all’interno del suo stabilimento- laveria. I macchinari ricavati dalla demolizione dello stabilimento in parte sono stati collocati all’interno del perimetro della Cittadella  andando a costituire un raro esempio di archeologia industriale e in parte nel Museo di Scienze Naturali “Giuseppe Seguenza” che sorge nella Galleria d’arte moderna e contemporanea del comune di Nizza di Sicilia. Altri macchinari, inoltre, sono stati sottratti alla distruzione dall’Amministrazione comunale guidata dal dott. Giuseppe Di Tommaso e conservati per decenni per essere trattati oggi come oggetti d’arte.

L‘opera dedicata al minatore nisano è un esempio di Pop-art, di arte del riciclo, messa al servizio di un robotismo che oggi invade tutte le attività del nostro vivere. Essa però ha lo scopo di ricordare specie alle nuove generazioni il minatore del territorio nisano, il suo maschio lavoro, la sua povertà e la sua sfortuna, la sua precarietà, che nello spazio di due millenni di estrazione mineraria ha lasciato il posto ad altre attività senza dubbio più remunerative. Bella e pregna di significato quella catena che incatena la scultura-robot al luogo a cui è legato l’ultimo sfruttamento minerario del territorio nisano.

A quanto riferiscono i due artefici  delle scultura, l’opera sarà completata solo quando la sua figura sarà mitigata da un rampicante che l’avvolgerà con il suo verde  a dimostrazione che  alla fine la natura indomabile ha la meglio sull’opera dell’uomo.

[1] E’ interessante come in lingua popolana  egli e la sua opera vengono presentati ( Ettore Colla –L’arte spiegata ai Truzzi- da Google) “N’antro che riciclava ‘a robba era Colla. Pija dii rottami, pezzi de fero, tubbi, rotelle, molle, feri vecchi, rotti, mezzi arugginiti magari, e ‘i riusa in modo nòvo mettennoli assieme pe formà na scurtura astratta; che però certe vorte ste scurture sembreno pure un po’ dii personaggi chee braccia e ‘a testa, dii robbò o dii mostri, ma simpatici. ‘A cosa interessante è che ‘n oggetto buttato via perché nun serviva più viè rimesso in gioco perché l’artista s’è sentito ispirato daa forma sua. E pure noi che guardamo l’opera, nun consideriamo più l’oggetto perché ce pò esse utile pe no scopo pratico, ma pe come è fatto, solo pe ‘a forma, appunto.”

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